Il rapporto dell’Eige e la mia provocazione

 

     L’8 ottobre è stato presentato a Roma il rapporto Eige (European Institute for Gender Equality) – in una conferenza organizzata dalla stessa Eige e dal Dipartimento delle Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio – da cui risulta che ogni anno il nostro Paese spende 23 miliardi di euro sotto forma di spesa sociale: spese sanitarie, giudiziarie e mancata produttività lavorativa, della donna vittima di violenza. Il fenomeno nei 28 Paesi dell’UE, costa quasi 226 miliardi di euro.

Oggi si parla molto di femminicidio, ma da dove arriva questo termine? Esso fu introdotto nel 2000 in America Latina per poi diffondersi anche in Europa. Questo vocabolo si riferisce ad un uomo che uccide una donna con cui ha o aveva avuto una relazione o, in assenza di relazione, indica un’uccisione caratterizzata da un’estrema violenza. Nel 1999 fu introdotto il primo disegno di legge in Costa Rica, che propose la nuova fattispecie di reato: quello di femminicidio. Oggi  è estesa in tutti i principali Paesi dell’America Latina. L’Europa si è dotata dalla Convenzione di Istanbul (sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica) ratificata in Italia nel 2013 e nel solco tracciato da tale convenzione, nel nostro Paese, sempre nel 2013, è stato introdotto il reato di femminicidio.                            E’ del 2009 l’art. 612 bis c.p. che ha introdotto il reato per di atti persecutori (cosiddetto stalking) ed è stato riformato, nel 2012, l’articolo dei maltrattamenti in famiglia.

In media ogni due giorni e mezzo, i mezzi di comunicazione ci raccontano, con una cadenza impressionante, la nuova mattanza.                                            Voglio raccontarvi la storia di Anna Rosa Fontana. Probabilmente la ricorderete. La cito perché credo che lei sia l’emblema del fenomeno e di tutto ciò che non va sull’argomento.          Siamo a Matera, il 13 luglio 2005 Anna Rosa viene accoltellata dall’ex con 15 fendenti, davanti agli occhi del figlio di lei. Si salva solo perché lui si autodenuncia subito dopo e lei viene soccorsa velocemente. A distanza di 5 anni da quel giorno, il 7 dicembre del 2010, si ripete la stessa scena e stavolta non c’è niente da fare. Anna Rosa resta per terra priva di vita, nello stesso portone e per mano dello stesso uomo, nonostante avesse denunciato l’ex  per violenza, stalking e minacce. A volte si dice che il problema sia  proprio questo, non chiedere aiuto, ma lei si era rivolta alle autorità.

Dopo il primo accoltellamento, lui resta in carcere due anni e fa un altro anno a casa agli arresti domiciliari, a 300 metri dal luogo dove ha cercato di ammazzarla. Come mai così pochi? In primo grado era stato condannato a 12 anni e 6 mesi, ridotti per effetto del rito abbreviato a 8 anni e 4 mesi, che in appello erano diventati 6 anni la propria pena. Con le attenuanti generiche e l’indulto esce in fretta. Ma non cambia la sua ossessione nei confronti di Anna Rosa.

Sai cosa mi evocano queste storie di violenza di genere? 

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Sono morti annunciate.

Che si deve fare? Di sicuro lavorare sulla cultura di genere, a scuola, rieducando gli uomini ma anche le donne. Dall’altro lato però occorre dare una formazione tecnica di difesa. Queste future vittime vanno formate, devono sapere come comportarsi se si trovano il malintenzionato sotto casa, con un’arma in mano. Invece che cure mediche ed  ospedaliere, investiamo  in corsi come il krav maga e se, la violenza non si combatte con altra violenza, queste donne vanno almeno formate e dotate di un taser o di uno strumento che  consenta loro di salvarsi la pelle.
La mia vuole essere una provocazione che faccia riflettere su ciò che davvero possa interrompere questa catena senza fine. Del resto si parla da anni del principio di legittima difesa nel caso in cui il ladro entri in casa. Se sia o meno legittimo l’uso delle armi. Non vi pare che è piuttosto sbilanciato il dibattito? Se nel caso del ladro che probabilmente cerca solo oggetti, io posso difendermi se mi sento minacciato e penso di correre il rischio di essere ucciso, allora perché non posso difendermi, con la possibilità di salvarmi, se solo ho la certezza che sarò ammazzata?

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