Parlando con un papà separato

 

Ho incontrato  un amico di vecchia data che si è separato da qualche anno. Dopo aver rivangato i vecchi tempi, ci siamo  confrontati sulle nostre famiglie monoparentali. Lui  ha una figlia di 11 anni, che riesce a vedere tutte le mattine, poiché l’accompagna a scuola. Mi ha detto che si sveglia prima per passare a prenderla, fanno insieme il tragitto fino a scuola e poi lui va in ufficio. Questo gli consente di avere un rapporto stretto ed intimo con sua figlia: lei preferisce rivolgersi a lui per chiedergli consigli sui ragazzi, gli parla dei suoi primi amori. Il problema è che lui si imbarazza a toccare con lei questi argomenti (la mamma è ancora più chiusa) e non riesce a parlare liberamente di sentimenti con sua figlia, tanto che lei si confida con le amiche di scuola, che poi di fatto vanno a raccontare tutto al ragazzo che è nel suo cuore, in quel momento. 

Il papà di conseguenza ha timori che riguardano la sfera sessuale della figlia visto che l’età del primo rapporto si è fortemente abbassata. Il rischio è quello di pensare ad una sessualità svincolata da un rapporto affettivo. Il mio amico infatti conosce l’importanza delle relazioni. Vorrebbe proprio spiegare a sua figlia la necessità che la sessualità avvenga all’interno di un rapporto affettivo e che non lei non pensi di separare i due aspetti. Del resto come non essere preoccupati, specie quando ogni giorno arrivano ai/alle nostri/e ragazzi/e e ragazzini/e messaggi ambigui sul tema? Basta pensare alla mercificazione del corpo femminile che campeggia in molte pubblicità e alla pornografia digitale che rende di  fatto il corpo un oggetto. E allora come educare i figli e le figlie all’affettività, se abbiamo remore a parlarne?

Tempo fa ho partecipato ad un seminario proprio su queste tematiche e alla fine ci è stato detto che i genitori non devono lottare con se stessi, cambiando la loro personalità, ma anzi devono rispettarsi. Pertanto è sufficiente indicare ai/alle figli/e il professionista a cui rivolgersi per porre tutte quelle domande a cui il genitore non si sente pronto a rispondere.

Hai figli/e adolescenti o preadolescenti? Hai già affrontato questi problemi?

 

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Le responsabilità: metti un viaggio in treno e delle telefonate troppo personali…

    Il treno è il luogo ideale per conoscere i particolari della vita di una persona, specie se questa è seduta accanto a te e trascorre l’intero viaggio al telefono, parlando con disinvoltura e a voce alta di questioni molto personali. Qualche giorno fa sulla mia carrozza, di fronte a me, c’era una signora che ha fatto esattamente questo, trascorrendo l’intero viaggio tra più telefonate. Così io e gli altri passeggeri abbiamo saputo che è mamma di due bambini piccoli; abbiamo conosciuto i programmi per la serata della sua famiglia; abbiamo atteso che il vicino di casa prendesse un pacco che era in consegna e…abbiamo capito che c’era qualcosa di strano. Le prime telefonate, quelle alla mamma, al marito, al corriere erano tutte uguali e lei trasudava ansia da tutti i pori, parlava e respirava a fatica, era in affanno e, per noi obbligati ad ascoltarla per via del volume  troppo alto della sua voce, non era piacevole. Ma con l’ultima telefonata abbiamo tutti assistito ad una metamorfosi, non era più lei! Aveva improvvisamente assunto un tono da ragazzina innamorata, sussurrava, respirava perfettamente e diceva “anch’io” con un grande trasporto emotivo. Un ragazzo accanto a me l’ha fissata con grande stupore. Sono sicura che il giovane, facendo il conto delle persone che lei aveva già sentito, avrà pensato: “Ma il marito non l’aveva già chiamato!?”. Io ho trattenuto a stento un sorriso e ho pensato che non poteva che essere l’amante. Questo pensiero mi ha fatto nascere come sempre delle riflessioni che voglio condividere con te.

Queste situazioni sono all’ordine del giorno: capitano perché ad un certo ci si innamora di un’altra persona o perché si cerca semplicemente un’evasione dalla realtà e dalle proprie responsabilità?  Non conosco la storia della signora del treno, ma di fatto durante le prime telefonate era spiacevole ascoltarla perché comunicava malessere, ansia, ma nella telefonata in cui invece era libera dalle responsabilità familiari era un’altra persona, non sbuffava più, non cercava attenzioni, ma ne dava e ne riceveva in modo soddisfacente.

Qualunque soggetto, persino un bambino molto piccolo ha delle responsabilità, che crescono con l’aumentare dei ruoli. Ci sono persone che scelgono di avere pochi ruoli e quindi poche responsabilità e altri invece che optano o si ritrovano ad avere più ruoli e pertanto più responsabilità.                                                                                                        Quali sono le responsabilità davanti alle quali si fugge più spesso? Penso che sia più facile scappare davanti ad una responsabilità collegata ad un ruolo con una forte componente emotiva. Credo anche che sia umano accorgersi che, dopo aver assunto un determinato ruolo, questo non ci corrisponde, come quando diventiamo mariti o mogli, poiché prima di esserlo non sappiamo esattamente a cosa andiamo incontro. O di aver scelto un/una compagno/a che non ci consente di essere appieno noi stessi e allora occorre chiederci cosa vogliamo. Altro discorso sono le responsabilità genitoriali, che vengono sancite anche dal diritto (come del resto i diritti e i doveri tra i coniugi, ma quando si parla di minori, il discorso cambia) e da cui non si può prescindere, salvo eccezioni (artt. 330 e ss. c.c.).  I genitori anche se scelgono di non stare più insieme devono ricordarsi di avere una grande responsabilità nei confronti dei figli, per me la più grande che si possa avere in una vita, con tutte le regole di bon ton che questo comporta. Le più basilari sono il rispetto, il non litigare davanti ai figli, non usarli come armi di ricatto, ecc.

Cosa ne pensi? Lascia un commento.

 

Il welfare aziendale: che cos’è? Quali misure servono per le famiglie monogenitoriali?

CENNI STORICI

Partiamo con qualche cenno storico, per inquadrare il fenomeno di cui ti scrivo. Il “Welfare state” moderno, nasce nel Regno Unito nel 1942, quando furono introdotti i concetti di sanità pubblica e di pensione sociale a sostegno delle fasce più deboli della popolazione. Questa espressione poi è andata ad indicare, in senso lato, lo Stato Sociale o Assistenziale, vale a dire quel sistema normativo attraverso il quale uno Stato cerca di appianare le disuguaglianze sociali ed economiche generate dal libero mercato, con misure specifiche indirizzate nei confronti dei meno abbienti: come l’assistenza sanitaria, la pubblica istruzione, l’indennità di disoccupazione, la previdenza sociale, l’accesso alle risorse culturali (musei, biblioteche, tempo libero), la difesa dell’ambiente naturale (attraverso l’educazione, per imparare a vivere in modo ecosostenibile senza alterare del tutto gli equilibri naturali).

In Italia nel dopoguerra ci sono quattro momenti che danno una forte spinta verso lo Stato Sociale, con quattro riforme universalistiche:

  • Nel 1949 il collocamento diventa una funzione pubblica
  • Nel 1962 c’è la grande riforma della scuola dell’obbligo
  • Nel 1969 viene istituita la pensione sociale
  • Nel 1978 c’è la riforma che introduce il Servizio Sanitario Nazionale

COS’E’ IL WELFARE AZIENDALE?

Quello che oggi si chiama welfare nasce nel Medioevo ad opera di privati: nobili e non, filantropi, associazioni religiose, Istituzioni della Chiesa, che avevano lo scopo di aiutare i più poveri. In epoca moderna, in risposta ai problemi sorti con l’industrialismo, nascono organizzazioni mutualistiche e di mutuo soccorso tra i lavoratori, che per certi versi hanno anticipato la previdenza e l’assistenza sociale statale. Quando queste ultime due nascono a livello pubblico, il welfare privato assume un ruolo complementare, di integrazione e di arricchimento del primo.

Le grandi trasformazioni socio-economiche degli ultimi decenni hanno creato un maggior aumento di bisogni sociali e una loro crescente differenziazione. Tali esigenze richiedono risposte personalizzate, diverse dalle prestazioni monetarie e dai servizi standard offerti dallo Stato sociale. In questo spazio si è inserito e ha acquisito un ruolo sempre più rilevante il welfare privato, che a causa della crisi economica e delle conseguenti minori risorse da destinare al welfare pubblico, è cresciuto molto. Però anche in Paesi come quelli del Centro-Nord Europa, sono numerose le forme integrative di welfare privato e di benefits, a dimostrazione del fatto che possono esserci sinergie e collaborazioni tra il welfare statale e il welfare privato, anche in quei Paesi dove il welfare statale non è in crisi.

Le aziende italiane hanno iniziato ad offrire servizi per il benessere dei propri dipendenti già negli anni ’60. In anni più recenti sono nati nuovi servizi, come il ticket sostitutivo del servizio di mensa o i fondi di previdenza complementare, creati o da singole aziende o da associazioni di categoria.

La legge di Stabilità del 2016 del governo Renzi, ha messo mano ad una normativa fiscale – il TUIR (Testo unico delle imposte sui redditi) – risalente al 1986, introducendo modifiche necessarie a favorire lo sviluppo del Welfare aziendale. Le aziende possono volontariamente o in conformità a disposizioni di contratto o di accordo o di regolamento aziendale, consentire a tutti i dipendenti o a qualche specifica categoria, la possibilità di convertire i premi di produttività (fiscalmente agevolati) da cash in servizi welfare. I servizi sono per gli stessi dipendenti o per i loro familiari, anche non fiscalmente a carico. In presenza di contratto o di accordo o di regolamento aziendale, la deducibilità dal reddito di impresa è integrale. Questo indica il favore del legislatore alla forma di welfare che avvenga con bilateralità, favorendo quindi la contrattazione collettiva di qualsiasi livello.

La legge di Stabilità del 2017 ha stabilito che le agevolazioni fiscali permangono anche se i servizi di Welfare vengono contrattati a livello nazionale o territoriale e non solo ed esclusivamente a livello aziendale.

Alcuni esempi sono l’assistenza sanitaria integrativa, il rimborso di spese d’istruzione, il servizio nido, il rimborso di spese per l’assistenza a familiari anziani o non autosufficienti, buoni acquisto, voucher per lo sport e il tempo libero o la formazione, il trasposto collettivo casa/lavoro, autovetture a uso promiscuo, prestiti, immobili a uso foresteria, trasporto ferroviario. Quindi non solo servizi sociali. Alcuni strumenti di work life balance, come lo smart working, flessibilità in entrata e in uscita, cessione solidale dei permessi; misure a sostegno della genitorialità come l’estensione temporale dei congedi parentali, servizi di baby sitting; convenzioni con strutture per servizi di time saving e di cura, buoni per l’acquisto di servizi di cura. Una novità è il flexible benefit, un pacchetto retributivo “in natura” nel quale ogni singolo lavoratore può scegliere l’agevolazione che più gli è congeniale fino al raggiungimento del plafond stabilito. Queste misure piacciono alle aziende perché aumentano il benessere, la produttività e la fidelizzazione dei dipendenti.

La legge di Stabilità del 2017 ha aumentato gli incentivi fiscali a favore del welfare aziendale:

  • il limite massimo di detassabilità dei premi di risultato passa da 2.000 a 3.000 euro lordi annui;
  • il tetto massimo di reddito annuo per accedere al beneficio passa da 50.000 a 80.000 euro;
  • in caso di aziende che coinvolgono pariteticamente i lavoratori nell’organizzazione del lavoro il limite di detassabilità passa da 3.000 e 4.000 euro annui

GLI ENTI BILATERALI

Gli enti bilaterali sono enti e fondi di origine contrattuale – nazionale e/o territoriale – composti e gestiti in modo paritetico da esponenti dei lavoratori e dei datori di lavoro e possono essere uno strumento prezioso per diffondere il welfare aziendale anche tra le piccole e medie imprese. Grazie ai contributi versati dalle parti, gli enti erogano agli aderenti servizi e prestazioni di varia natura. Quelli sul territorio offrono principalmente servizi e prestazioni nel settore del sostegno alla famiglia e della conciliazione vita-lavoro più contenuti in ambito sanitario per evitate duplicazioni, con i fondi bilaterali nazionali. Anche se nell’ultimo decennio, in alcune regioni del Nord – nel settore dell’artigianato – ci sono stati esempi di enti bilaterali territoriali, che hanno offerto servizi proprio in ambito sanitario, con fondi di assistenza sanitaria e socio-sanitaria integrativa su base bilaterale e territoriale. Tuttavia, la conoscenza della bilateralità è ancora limitata. Ad oggi è un grande potenziale poco conosciuto e poco sviluppato, che potrebbe creare a livello locale un’offerta integrata di politiche sociali, ritagliate sulle esigenze locali. Per far questo servirebbe un’informazione mirata, per far conoscere ai lavoratori e alle imprese cos’è il welfare bilaterale, facendo conoscere loro la gamma di servizi e prestazioni a cui già oggi possono avere accesso.

DATI STATISTICI DI UNO STUDIO CENSIN – EUDAIMON SUL WELFARE AZIENDALE

Secondo uno studio Censis-Eudaimon presentato all’inizio dell’anno, oltre la metà degli occupati (il 58,7%) preferisce i servizi di welfare aziendale ad un incremento dello stipendio; il 23,5% è contrario e il 17,8% non ha una opinione in merito. Sanità e previdenza sono i servizi più gettonati. Però secondo questo studio, solo il 17,9% dei lavoratori italiani sa cosa sia il welfare aziendale. Lo conosce meno chi ha studiato poco (il 47% di chi ha la licenza media) o ha redditi bassi (44,6%) oppure è un genitore single (40,3%). I più favorevoli a trasformare i premi della retribuzione in prestazioni welfare sono i dirigenti e quadri ((73,6%), lavoratori con figli fino a tre anni (68,2%), i laureati 63,5%) e i lavoratori con reddito medio alto (62,2%). Meno propensi sono gli operai e i lavoratori con redditi bassi. Per cui lo studio giunge alla conclusione che il welfare aziendale non può sostituire gli aumenti retributivi, altrimenti si rischia nel medio periodo un effetto paradossale, vale a dire quello di favorire lavoratori con i redditi alti e di svantaggiare i lavoratori con redditi più bassi, che hanno di conseguenza maggiori bisogni sociali.

Il settore del welfare aziendale è in grande espansione, con un valore potenziale di 21 miliardi, ecco perché questo studio reputa «indispensabile che il welfare aziendale sia promosso come un pilastro aggiuntivo del più generale sistema di welfare italiano e non venga percepito come un premio che avvantaggia soprattutto i livelli occupazionali più alti».

WELFARE PER SMALL FAMILIES

Quali servizi e prestazioni welfare servono per le small families, in aggiunta a quelli visti sopra? Direi che proprio per la sua composizione, una small family abbia bisogno di maggiori servizi taglia tempo, più servizi di conciliazione vita lavoro, smart working mirato e flessibile. Ma anche più flessibilità in entrata ed in uscita con forme di recupero ad hoc (magari quando si è a casa in smart working), congedi parentali retribuiti almeno all’80%. Ma anche supporto legale e psicologico per mamme e papà single (in caso di lutto, separazione), disbrigo per la pratica per ottenere aiuti economici (specie per chi vive in qualche regione virtuosa), mutui agevolati, polizze sanitarie ad hoc. Offerte vacanze mirate e reali per famiglie monogenitoriali.

Aggiungi altri servizi e prestazioni welfare alla lista e lascia un commento.

La manipolazione: nella farmacoterapia e negli incontri con l’altro sesso!

 

     Ho deciso di scrivere quest’articolo un paio di settimane fa, ma il lavoro e alcuni impegni non mi hanno consentito di farlo. Nel frattempo però ho riflettuto sull’argomento e ho ragionato su come impostarlo. Mi ha incuriosito la manipolazione legata alla farmacoterapia e quella messa in atto durante gli incontri, gli appuntamenti. Ti parlerò proprio di questi due tipi manipolazioni.

Già da qualche anno si parla della possibilità di utilizzare la farmacoterapia per manipolare il carattere morale delle persone. Una pillola ci renderebbe più coraggiosi o meno aggressivi. Un’altra ci toglierebbe i ricordi cattivi e spiacevoli, fino a cancellarli; pillole per aumentare la concentrazione; pillole per aumentare le prestazioni sessuali. Tu le prenderesti? Qual è il rischio legato a queste pillole e qual è la questione morale che circonda questo argomento? Se inseguendo la felicità fossimo disposti a farci manipolare e in ultima istanza a manipolarci noi stessi, che fine farebbe la nostra umanità? Rimarremmo noi stessi o potrebbero sorgere problemi di identità? In che cosa ci trasformeremmo tramite una pillola? Leon Kass, medico e biologo, già presidente del Comitato di bioetica americano, parla al proposito di “anime felici”: «La felicità del Mondo Nuovo è una pseudofelicità ottenuta con gli psicofarmaci. Ma la loro umanità è spenta: niente amicizie o amori, nessuna arte o scienza e, soprattutto, nessun autogoverno».

Da secoli l’umanità fa riferimento alle pozioni d’amore. Se esistesse, useresti una pillola per far innamorare qualcuno di te? Questo è un caso di fantasia, ma se la tua risposta è no, evidentemente non accetteresti l’idea di avere accanto qualcuno che è stato manipolato con un farmaco, per amarti. Non è forse meglio non essere del tutto amati e darsi un’altra possibilità, con un’altra persona? A me piace pensare che “l’amore è come un fulmine non si sa dove cade finché non è caduto” (Henri Dominique Lacordaire).

Quando incontri un nuovo partner come fai a sapere se ti sta manipolando? Il dott. Jeremy Nicholson M.S.W., Ph.D. ha scritto diversi articoli in cui spiega come difendersi dalla manipolazione. Non esiste solo la manipolazione negativa, e per distinguerla da quella positiva,  lui parla di influenza (positiva)  e di manipolazione (negativa).                                                                                                                                             Tutti noi ogni giorno esercitiamo l’influenza nelle nostre relazioni sociali, al lavoro, in famiglia, con gli amici, per convincere gli altri a vedere le cose dalla  nostra prospettiva.  Le tattiche di influenza, secondo J. Nicholson possono essere usate per avere uno scambio reciprocamente vantaggioso, un dare e avere secondo un principio di reciprocità. La manipolazione al contrario è prendere senza dare nulla in cambio, è unilaterale e serve per trarre vantaggio esclusivo ed univoco dall’altra persona.     

Le false promesse, spiegano molto bene lo scopo manipolativo. Ad esempio, il/la tuo/a partner ti promette che andrete a cena la prossima volta in quel ristorante che tanto ti piace, ma non stasera e sai che molto probabilmente non avverrà mai. E’ normale però fidarsi del proprio partner e non sempre le promesse, anche se pronunciate con sincerità, possono essere sempre mantenute. Ma ci sono delle strategie per capire se una promessa è sincera o se invece nasconde una manipolazione.

  1. Chiedi in anticipo ciò che ti viene promesso. Il tuo ristorante non la prossima volta, ma stasera.
  2. Puoi dire alla persona come cambierà la relazione, fino a quando la promessa non verrà realizzata. E cosa accadrà se la promessa non sarà soddisfatta. Questa l’ho usata anche io e devo dire che mi è stata molto utile.
  3. Non dimenticare che anche un/una bugiardo/a ama pensare a sè come ad una brava persona. Per cui sentire una frase come “so che sei una brava persona e farai la cosa promessa,” farà sentire bene un/una partner sincero/a e male uno/a che cerca di manipolarti. Te ne accorgerai perché il manipolatore/ la manipolatrice sarà sul difensivo e probabilmente si arrabbierà.

 

Ci sono poi alcune regole per difendersi dai manipolatori/dalle manipolatrici sempre secondo “The Attraction Doctor”. Vediamo quali sono:

  1. Non investire velocemente, sii prudente nel dare. Non fare grandi favori all’inizio e sii sospettoso/a se il/la partner te li richiede. Mi vengono in mente le truffe romantiche, che si basano proprio sul chiedere troppo e presto  prima ancora di un incontro reale (avvengono infatti tramite internet) . Una buona regola è quella di non investire così tanto da poi doversene risentire se non c’è uno scambio.
  2. I tuoi gesti e i tuoi doni sono apprezzati? C’è reciprocità nel vostro rapporto?
  3.  Se vuoi qualcosa di specifico dal partner, chiedi prima, per poter eventualmente negoziare la tua richiesta con lui/lei.

 

Anche chi dona aspettandosi qualcosa in cambio può cercare di manipolare l’altro/l’altra, specie se il dono è usato per ricevere qualcosa che l’altro/a non sarebbe disposto a dare.

J.  Nicholson dà alcuni consigli anche per difendersi da questo tipo di manipolazione.

  1.  Non prendere a meno che tu non sia disposto/a a restituire o se pensi che l’altro/a abbia cattive intenzioni, evita di accettare. Deve essere un po’ come l’insegnamento del “non accettare caramelle dagli sconosciuti”.
  2. Se percepisci l’intenzione manipolativa del/della donante, non usare questa consapevolezza per giustificare il tuo prendere manipolativo. Vale a dire se nemmeno tu vuoi dare secondo la reciprocità, il prendere da un manipolatore/una manipolatrice non giustifica il tuo non restituire  secondo la normale reciprocità.
  3.  Se non sei sicuro/a dei motivi che sono dietro al dono, chiedi al/alla donante cosa  si aspetta in cambio, prima di accettare e al massimo negozia.

 

Spero di averti fornito qualche spunto di riflessione, lascia un commento.

Il rapporto dell’Eige e la mia provocazione

 

     L’8 ottobre è stato presentato a Roma il rapporto Eige (European Institute for Gender Equality) – in una conferenza organizzata dalla stessa Eige e dal Dipartimento delle Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio – da cui risulta che ogni anno il nostro Paese spende 23 miliardi di euro sotto forma di spesa sociale: spese sanitarie, giudiziarie e mancata produttività lavorativa, della donna vittima di violenza. Il fenomeno nei 28 Paesi dell’UE, costa quasi 226 miliardi di euro.

Oggi si parla molto di femminicidio, ma da dove arriva questo termine? Esso fu introdotto nel 2000 in America Latina per poi diffondersi anche in Europa. Questo vocabolo si riferisce ad un uomo che uccide una donna con cui ha o aveva avuto una relazione o, in assenza di relazione, indica un’uccisione caratterizzata da un’estrema violenza. Nel 1999 fu introdotto il primo disegno di legge in Costa Rica, che propose la nuova fattispecie di reato: quello di femminicidio. Oggi  è estesa in tutti i principali Paesi dell’America Latina. L’Europa si è dotata dalla Convenzione di Istanbul (sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica) ratificata in Italia nel 2013 e nel solco tracciato da tale convenzione, nel nostro Paese, sempre nel 2013, è stato introdotto il reato di femminicidio.                            E’ del 2009 l’art. 612 bis c.p. che ha introdotto il reato per di atti persecutori (cosiddetto stalking) ed è stato riformato, nel 2012, l’articolo dei maltrattamenti in famiglia.

In media ogni due giorni e mezzo, i mezzi di comunicazione ci raccontano, con una cadenza impressionante, la nuova mattanza.                                            Voglio raccontarvi la storia di Anna Rosa Fontana. Probabilmente la ricorderete. La cito perché credo che lei sia l’emblema del fenomeno e di tutto ciò che non va sull’argomento.          Siamo a Matera, il 13 luglio 2005 Anna Rosa viene accoltellata dall’ex con 15 fendenti, davanti agli occhi del figlio di lei. Si salva solo perché lui si autodenuncia subito dopo e lei viene soccorsa velocemente. A distanza di 5 anni da quel giorno, il 7 dicembre del 2010, si ripete la stessa scena e stavolta non c’è niente da fare. Anna Rosa resta per terra priva di vita, nello stesso portone e per mano dello stesso uomo, nonostante avesse denunciato l’ex  per violenza, stalking e minacce. A volte si dice che il problema sia  proprio questo, non chiedere aiuto, ma lei si era rivolta alle autorità.

Dopo il primo accoltellamento, lui resta in carcere due anni e fa un altro anno a casa agli arresti domiciliari, a 300 metri dal luogo dove ha cercato di ammazzarla. Come mai così pochi? In primo grado era stato condannato a 12 anni e 6 mesi, ridotti per effetto del rito abbreviato a 8 anni e 4 mesi, che in appello erano diventati 6 anni la propria pena. Con le attenuanti generiche e l’indulto esce in fretta. Ma non cambia la sua ossessione nei confronti di Anna Rosa.

Sai cosa mi evocano queste storie di violenza di genere? 

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Sono morti annunciate.

Che si deve fare? Di sicuro lavorare sulla cultura di genere, a scuola, rieducando gli uomini ma anche le donne. Dall’altro lato però occorre dare una formazione tecnica di difesa. Queste future vittime vanno formate, devono sapere come comportarsi se si trovano il malintenzionato sotto casa, con un’arma in mano. Invece che cure mediche ed  ospedaliere, investiamo  in corsi come il krav maga e se, la violenza non si combatte con altra violenza, queste donne vanno almeno formate e dotate di un taser o di uno strumento che  consenta loro di salvarsi la pelle.
La mia vuole essere una provocazione che faccia riflettere su ciò che davvero possa interrompere questa catena senza fine. Del resto si parla da anni del principio di legittima difesa nel caso in cui il ladro entri in casa. Se sia o meno legittimo l’uso delle armi. Non vi pare che è piuttosto sbilanciato il dibattito? Se nel caso del ladro che probabilmente cerca solo oggetti, io posso difendermi se mi sento minacciato e penso di correre il rischio di essere ucciso, allora perché non posso difendermi, con la possibilità di salvarmi, se solo ho la certezza che sarò ammazzata?

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Padri: sempre più presenti, se solo non si parla di quelli assenti!

    Al mattino quando accompagno mia figlia a scuola, troviamo tanti papà che percorrono la nostra stessa strada, mano nella mano coi loro bimbi. A volte, riesco a sentire il tono della voce di uno di loro, solitamente di chi ci cammina molto vicino, e le parole sono spesso giocose, tenere e amorevoli. A quel punto non posso non provare stima e rispetto per quel papà.                                                                                                          C’è una citazione che racchiude tutto il mio pensiero sull’argomento: “Ogni uomo può essere padre. Ci vuole una persona speciale per essere un papà”.

Tu cosa ne pensi?

Il ruolo di padre si è molto evoluto dal ‘900 ad oggi. Prima era colui che manteneva i figli, che dettava regole e punizioni, ma di fatto era assente nella fase di crescita della prole. Dal XX secolo ad oggi però la società si è trasformata rapidamente e anche la figura di padre ha vissuto un’importante sollecitazione al cambiamento. Non dimentichiamo anche l’importanza di studi che hanno stabilito come il padre sia indispensabile fin dai primi ani di vita del bambino, fondamentale per il suo sviluppo. Da più parti si sente dire però, che i padri di oggi sono genitori in crisi. Ma è davvero così o piuttosto sono stati capaci di sviluppare nuove caratteristiche? Mi riferisco alla cura, all’affettività alla tenerezza. Il codice materno e il codice paterno, sembrano di fatto sovrapporsi, ma i padri tuttavia sollecitano i figli in modo differente rispetto alla madre. Nei padri ad esempio prevale la fisicità, rispetto al linguaggio verbale della mamma.  Cosa succede nel caso di padri assenti? Sappiamo che la figura paterna può essere sostituita da una persona maschile di riferimento, come un nonno, uno zio, un professore.

Ci sono poi i papà millennials. Una recentissima ricerca di IPG Mediabrands, che ha coinvolto 5.250 papà tra i 25 e i 34 anni di tutto il mondo, ha certificato che i papà millennials sono più coinvolti nella cura dei figli. Anzi la maggior parte degli intervistati crede che l’essere diventato padre abbia avuto un impatto positivo sulla propria vita e l’abbia fatto diventare più responsabile, sicuro di sé e ottimista. Inoltre il 67% degli intervistati ritiene che il ruolo di madre e di padre siano equivalenti. Vi ricordate quella famosa sit-com andata in onda dal 2004, intitolata “Mammo”? Oggi i padri millennials rivendicano una loro identità e pertanto rifiutano di essere chiamati baby-sitter o mammo, per l’appunto.

Accanto a loro c’è la figura mitologica dei padri assenti. Si dice fossero dei semidei profondamente egoisti, egocentrici ed incapaci di provare sincero attaccamento emotivo.  A parole dichiaravano un amore infinito per i loro figli, ma  nei fatti erano inconcludenti, a volte bugiardi e profondamente sterili. Per fortuna nella realtà non sono mai esistiti. Del resto farei fatica a credere che un genitore possa disinteressarsi dei suoi figli.

Cosa ne pensi? Lascia un commento sui padri.

Il cambiamento di oggi ti aiuterà ad affrontare quello di domani

 

       A cosa associ la parola “cambiamento”? Ultimamente è molto gettonata in ambito politico, stiamo vivendo infatti “il Governo del cambiamento”! E’ usata anche nelle aziende: molto diffusa è la cultura al cambiamento, intendendo la capacità di coinvolgere tutta la popolazione aziendale in politiche che puntano all’innovazione, per  rimanere competitivi sul mercato.

In ambito privato? Quanti cambiamenti hai già vissuto? Di solito li ricerchi, oppure opponi una certa resistenza alle novità, che magari ti scombussolano la vita? E soprattutto il cambiamento ti lascia felice ed emozionato/a o invece ti procura stress?

Da alcuni studi pubblicati nel 1967 da due psichiatri (Thomas Holmes e Richard Rahe) sappiamo che sia le novità negative (lutto, malattia, separazione, lesioni) che le novità positive (matrimonio, nascite, cambio di lavoro, trasferimento, pensionamento) possono portare un disagio emotivo e fisico.                                                                                                    Ricordo che dopo la gravidanza, mi era stato suggerito di tornare a fare ciò che mi piaceva prima (il ballo), per ritrovare la mia identità. Infatti dopo un cambiamento è facile sentirci smarriti/e. Sappiamo chi eravamo prima, ma dopo che l’evento si è verificato e ci ha lasciato in una nuova situazione, è facile essere un pò insicuri/e e poco disinvolti/e.                                                                                                                                        Che fare allora quando c’è in atto un cambiamento e ci sentiamo spaesati? E se sopraggiunge tutto insieme o quasi: nascita di un figlio/a, nascita di una small family, cambio di lavoro e trasferimento?  Che fare per non farsi travolgere?

Secondo F. Diane Barth L.C.S.W. ci sono 4 modi per gestire lo stress che deriva dal cambiamento e diventare così capaci di affrontare le avversità in maniera positiva, diventando resilienti. Capaci cioè di riorganizzare la propria vita, dopo un evento traumatico, mantenendo la sensibilità di guardare agli aspetti belli della vita.

 

  1. Ricordati perché stai facendo quel cambiamento. Volevi trasferirti? Quali erano i tuoi obiettivi all’inizio? Cosa speravi di ottenere? E come li puoi raggiungere?                                                                                                                                                                      Chissà se questo esercizio vale anche per chi non mette in atto il cambiamento, ma per certi versi lo subisce. Come ad esempio nel caso di una separazione non voluta o di un trasferimento non condiviso.
  2. Gli essere umani sono creature sociali, per cui la connessione con gli altri serve a far diminuire lo stress legato ad un cambiamento, mentre l’isolamento lo produce. Non deve essere per forza il/la tuo/a migliore amico/a, ma semplicemente qualcuno che abbia condiviso la tua esperienza, sia online (e questo è lo scopo del mio blog), che dal vivo. Ma potrebbe essere anche qualcuno che non ha mai vissuto quell’esperienza, l’importante è relazionarsi con amici, familiari e non rimanere da soli.
  3. Trova i modi per calmarti, per ridurre lo stress, l’auto -cura è uno degli strumenti più importanti per gestire il cambiamento e sviluppare la capacità di recupero. Naturalmente deve essere qualcosa di sano, non abitudini smodate come mangiare senza limiti, altrimenti devi cambiare lo schema e se non ce la fai da solo/a, non c’è nulla di male nel decidere di chiedere aiuto.
  4. Non ti giudicare. E’ normale essere nervosi anche se è un cambiamento positivo, è normale avere difficoltà nella sua gestione. Però tu hai il merito dei avere il coraggio di affrontarlo.

 

Il cambiamento fa parte della vita, anche senza cambiare mai, ci stiamo già trasformando in altro, di fatto gli anni passano, il corpo cambia, le esperienze vissute ci modellano. Però se non abbandoniamo mai la zona di confort e la routine, non riusciremmo a comprendere quali sono i nostri limiti. E le capacità che acquisiamo con la gestione del cambiamento di oggi, ci aiuteranno per il prossimo, che potrebbe essere anche molto imminente. Non lo sappiamo.                                                                                      Quando guardo mia figlia, io so che il mio cambiamento si chiama Eleonora e sono grata a tutte le prove che ho dovuto affrontare per lei, perché è lei che mi ha dato la forza di diventare resiliente. E tu cosa mi racconti? Non rimanere disconnesso. se hai bisogno, raccontami lo stress che stai vivendo.