Il cambiamento di oggi ti aiuterà ad affrontare quello di domani

 

       A cosa associ la parola “cambiamento”? Ultimamente è molto gettonata in ambito politico, stiamo vivendo infatti “il Governo del cambiamento”! E’ usata anche nelle aziende: molto diffusa è la cultura al cambiamento, intendendo la capacità di coinvolgere tutta la popolazione aziendale in politiche che puntano all’innovazione, per  rimanere competitivi sul mercato.

In ambito privato? Quanti cambiamenti hai già vissuto? Di solito li ricerchi, oppure opponi una certa resistenza alle novità, che magari ti scombussolano la vita? E soprattutto il cambiamento ti lascia felice ed emozionato/a o invece ti procura stress?

Da alcuni studi pubblicati nel 1967 da due psichiatri (Thomas Holmes e Richard Rahe) sappiamo che sia le novità negative (lutto, malattia, separazione, lesioni) che le novità positive (matrimonio, nascite, cambio di lavoro, trasferimento, pensionamento) possono portare un disagio emotivo e fisico.                                                                                                    Ricordo che dopo la gravidanza, mi era stato suggerito di tornare a fare ciò che mi piaceva prima (il ballo), per ritrovare la mia identità. Infatti dopo un cambiamento è facile sentirci smarriti/e. Sappiamo chi eravamo prima, ma dopo che l’evento si è verificato e ci ha lasciato in una nuova situazione, è facile essere un pò insicuri/e e poco disinvolti/e.                                                                                                                                        Che fare allora quando c’è in atto un cambiamento e ci sentiamo spaesati? E se sopraggiunge tutto insieme o quasi: nascita di un figlio/a, nascita di una small family, cambio di lavoro e trasferimento?  Che fare per non farsi travolgere?

Secondo F. Diane Barth L.C.S.W. ci sono 4 modi per gestire lo stress che deriva dal cambiamento e diventare così capaci di affrontare le avversità in maniera positiva, diventando resilienti. Capaci cioè di riorganizzare la propria vita, dopo un evento traumatico, mantenendo la sensibilità di guardare agli aspetti belli della vita.

 

  1. Ricordati perché stai facendo quel cambiamento. Volevi trasferirti? Quali erano i tuoi obiettivi all’inizio? Cosa speravi di ottenere? E come li puoi raggiungere?                                                                                                                                                                      Chissà se questo esercizio vale anche per chi non mette in atto il cambiamento, ma per certi versi lo subisce. Come ad esempio nel caso di una separazione non voluta o di un trasferimento non condiviso.
  2. Gli essere umani sono creature sociali, per cui la connessione con gli altri serve a far diminuire lo stress legato ad un cambiamento, mentre l’isolamento lo produce. Non deve essere per forza il/la tuo/a migliore amico/a, ma semplicemente qualcuno che abbia condiviso la tua esperienza, sia online (e questo è lo scopo del mio blog), che dal vivo. Ma potrebbe essere anche qualcuno che non ha mai vissuto quell’esperienza, l’importante è relazionarsi con amici, familiari e non rimanere da soli.
  3. Trova i modi per calmarti, per ridurre lo stress, l’auto -cura è uno degli strumenti più importanti per gestire il cambiamento e sviluppare la capacità di recupero. Naturalmente deve essere qualcosa di sano, non abitudini smodate come mangiare senza limiti, altrimenti devi cambiare lo schema e se non ce la fai da solo/a, non c’è nulla di male nel decidere di chiedere aiuto.
  4. Non ti giudicare. E’ normale essere nervosi anche se è un cambiamento positivo, è normale avere difficoltà nella sua gestione. Però tu hai il merito dei avere il coraggio di affrontarlo.

 

Il cambiamento fa parte della vita, anche senza cambiare mai, ci stiamo già trasformando in altro, di fatto gli anni passano, il corpo cambia, le esperienze vissute ci modellano. Però se non abbandoniamo mai la zona di confort e la routine, non riusciremmo a comprendere quali sono i nostri limiti. E le capacità che acquisiamo con la gestione del cambiamento di oggi, ci aiuteranno per il prossimo, che potrebbe essere anche molto imminente. Non lo sappiamo.                                                                                      Quando guardo mia figlia, io so che il mio cambiamento si chiama Eleonora e sono grata a tutte le prove che ho dovuto affrontare per lei, perché è lei che mi ha dato la forza di diventare resiliente. E tu cosa mi racconti? Non rimanere disconnesso. se hai bisogno, raccontami lo stress che stai vivendo.

 

 

 

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Il momento in cui io ed Ele siamo diventate una small family

 

    Qual è il momento in cui sei entrata/o a far parte del mondo small family? Lo hai capito subito di aver varcato un nuovo inizio, o come spesso accade, è stato il tuo cuore a comprenderlo per primo? E molto probabilmente non è stato neanche una circostanza, ma un insieme di accadimenti, una preparazione nel tempo che ha avuto un punto di arresto. Una fine. Come ti sei sentita/o in quel momento? Io lo confesso, credo di essere stata dapprima un po’ confusa, smarrita, non sapevo che strada prendere, anche perché per la prima volta nella mia vita, dovevo decidere per me e anche per un’altra persona: mia figlia. Poi mi sono fatta aiutare, qualche colloquio con una psicologa e tutto ha trovato il suo posto. Il dolore provato e tutti gli altri sentimenti negativi, che possono cambiare a seconda della storia vissuta (tu conosci la tua), si devono trasformare per forza in qualcosa di buono, sennò ti travolgono. E tu sai che da genitore single, non puoi permettertelo.

Alla mia storia sono grata perché ho imparato a piazzare un bel “ma chi se ne frega”, al momento giusto. Ho conosciuto le mie fragilità, i miei punti di debolezza e quelli di forza e oggi sono sicuramente una persona più completa. Se non attraversi almeno un deserto nella tua vita, non puoi dire di avere vissuto davvero!                                                                  Ho poi imparato a sfatare il mito della famiglia del mulino bianco. Nel momento in cui tutto cambia e sfugge, chissà come mai, ci ancoriamo a dei miti, a dei punti fermi, che improvvisamente diventano un modello da inseguire. Anche se sai benissimo che non  è detto che la famiglia tradizionale sia la scelta migliore per te e per tua/o figlia/o. Conviene davvero rischiare di vivere situazioni emotive negative per tutti, a cominciare da tua/o figlia/o, solo per non scegliere una small family? Ci vuole coraggio, lo so, forse sarai frenata/o dalla paura, ma vai avanti.                                                                                      Riflettevo sulle donne dei secoli passati, abituate a tirare su da sole figli, molto spesso nella povertà, con un marito lontano per anni, impegnato in guerre lunghe e sanguinose, con l’incertezza del suo ritorno. Pertanto questa capacità materna di affrontare da sole ogni difficoltà è qualcosa di ancestrale, è un coraggio innato che è scritto nel nostro dna. L’abbiamo dimenticato? O forse è un’immagine che sentiamo non appartenerci più? E i nuovi padri, sono genitori capaci di svolgere il loro ruolo, anche da soli. La nostra fortuna poi, è che i nostri figli ci stupiscono sempre in positivo, perché comprendono le nostre fragilità e ci vengono magicamente incontro. E sono loro a rendere tutto un po’ più facile.

Molestie e ricatti sessuali: perché parlarne in un blog che si occupa di genitori single e dintorni?

 

   Perché parlare di molestie e ricatti sessuali sul luogo di lavoro, in un blog che si occupa di genitori single e dintorni? Il motivo sta nel fatto che Il mondo non è ancora un posto facile per noi donne e vorrei tanto lo diventasse per mia figlia, che domani sarà una donna, e per tutte le altre figlie che  saranno presto giovani donne o che già lo sono.

Concita De Gregorio spiega molto bene quelle che sono le dinamiche della stanza del capo. Riporto di seguito la sua intervista: “Il punto è che quasi sempre chi comanda è un uomo. Quindi per fare davvero quello che desideri, quello che ti interessa, quello che ti  piace, quello che pensi che abbia senso, devi chiedere permesso. Quando vai a chiedere il permesso stai nella stanza del capo e nella stanza del capo la dinamica fra un uomo e una donna, non dico sempre -quasi sempre – arriva il momento in cui c’è un’allusione, un riferimento, ma anche soltanto estetico. Se tu ti sottrai a questo sistema, sei cancellata! Noi siamo abituate da piccole a scansare l’insidia. Cresciamo – per lo meno io sono cresciuta – imparando senza che nessuno me le abbia insegnate, tutte le tecniche per aggirare l’insidia: stancare, logorare, lusingare, farsi più piccole di quello che si è, molto spesso fingersi più stupide.”. Giulia Bosetti: “Posso chiedere se anche una professionista, una donna  come lei si trova a confrontarsi con quella stanza, comunque a farci i conti?”.  Concita De Gregorio: “Sempre, sempre, tutta la vita!”. Ogni donna può immedesimarsi in questa descrizione, per almeno un episodio vissuto nel corso della propria vita lavorativa.

Spesso si crede che le donne molestate siano molto poche, un’ eccezione. In realtà non è così. Sono 1.404.000 le donne che nel corso della loro vita lavorativa hanno subito molestie sessuali o ricatti. Solo lo 0,7% delle vittime di una molestia sul lavoro denuncia, addirittura l’80,9% delle donne che subisce un ricatto sessuale, non ne fa parola con nessuno! Come mai? Perché la caratteristica di questi reati è che avvengono a porte chiuse ed è difficile raccogliere prove, testimonianze. Per questo motivo andare a processo è rischioso: non sempre si vede condannato il molestatore, anzi è più facile che il processo stesso diventi un incubo per colei che denuncia.

Questo avviene perché in Italia non c’è una norma specifica per il reato di molestie sessuali e di ricatti sessuali. Occorre introdurla. E cosa fondamentale: bisogna imparare a parlarne, a rompere il silenzio. C’è voluto il caso Weinstein (col movimento #MeToo), per scoperchiare il vaso di Pandora, per portare alla luce, oltreoceano, ciò che si sapeva ma che nessuno osava dire. Ma su questo tema, qual è la differenza tra l’Italia e gli USA? Lì Weinstein è stato licenziato immediatamente dalla società che lui stesso aveva fondato: la Weinstein company e l’Accademy l’ha cacciato dal club degli Oscar. L’inchiesta è stata pubblicata sul New York Times e attrici che lo hanno denunciato, in tutto 80, sonn state definite delle eroine. In Italia il caso Weinstein, che ha coinvolto Asia Argento, ha visto quest’ultima – la vittima – insultata e messa sotto accusa. Si è valutata la sua vita, la sua moralità, la sua etica, senza chiedersi, chiederci se lui avesse avuto il diritto di usare il suo potere, il suo ruolo, la sua influenza per esercitare ricatti e violenze. E dopo Weinstein stanno cadendo anche altri, l’ultimo in ordine cronologico è quello che ha portato alle dimissioni di un altro potentissimo: Moonves Molestie, #MeToo colpisce il numero uno…nves si dimette da ceo – Repubblica.it 

Voglio lasciarti con le parole che Oprah Winfrey ha pronunciato ai Golden Globe: “…Voglio dire che oggi apprezzo la stampa più che mai, mentre tentiamo di attraversare questi tempi complicati che mi hanno portata a una conclusione: dire ciò che pensiamo è lo strumento più potente che abbiamo. Ed io sono particolarmente orgogliosa e ispirata dalle donne che si sono sentite abbastanza forti e abbastanza emancipate da far sentire la propria voce e condividere le loro storie personali. Noi, ognuno di noi in questa stanza viene celebrato per le storie che racconta; quest’anno noi siamo diventate la storia. Ma non si tratta di una storia che riguarda solo l’industria dell’intrattenimento. Trascende ogni cultura, geografia, razza, religione, politica o lavoro. Quindi, questa sera io vorrei esprimere la mia gratitudine a tutte quelle donne che hanno sopportato anni di abusi e violenze perché, come mia madre, avevano bambini da mantenere e bollette da pagare e sogni da inseguire. Sono le donne di cui non conosceremo mai il nome. Sono casalinghe e contadine. Lavorano nelle fabbriche, nei ristoranti, all’università, nell’ingegneria, nella medicina o nella scienza. Fanno parte del mondo della tecnologia, della politica e degli affari. Sono le nostre atlete alle Olimpiadi e sono i nostri soldati nell’esercito. E c’è qualcun altro, Recy Taylor. Un nome che io conosco e penso dovreste conoscere anche voi. Nel 1944, Recy Taylor era una giovane moglie e madre. Stava tornando dalla messa a Abbeville, in Alabama, quando sei uomini bianchi armati l’hanno rapita, stuprata e abbandonata con gli occhi bendati sul ciglio della strada che dalla chiesa portava a casa sua. Le dissero che l’avrebbero uccisa se lei avesse raccontato il fatto a qualcuno, ma la sua storia è stata riportata dalla Naacp dove a capo dell’indagine venne nominata una giovane di nome Rosa Parker e insieme hanno cercato di ottenere giustizia. Ma la giustizia non era una possibilità ai tempi di Jim Crow. Gli uomini che hanno cercato di distruggerla non sono mai stati indagati. Recy Taylor è morta dieci giorni fa, alla soglia del suo novantottesimo compleanno. Lei ha vissuto, come tutte noi abbiamo vissuto, troppi anni in una cultura ferita da uomini potenti. Per troppo tempo le donne non sono state ascoltate o credute quando hanno osato raccontare la loro verità al potere di questi uomini. Ma il loro tempo è finito. Il loro tempo è finito. l loro tempo è finito! E io spero, spero che Recy Taylor sia morta nella consapevolezza che la sua verità, così come la verità di tante altre donne che in questi anni sono state tormentate, o che lo sono tuttora, sta venendo fuori. Doveva essere da qualche parte, nel cuore di Rosa Parks, quasi 11 anni dopo, quando ha preso la decisione di rimanere seduta in quell’autobus a Montgomery ed è qui con ogni donna che ha deciso di dire “Me too”. E in ogni uomo, in ogni uomo che ha deciso di ascoltare.                                       

…Ho intervistato e ritratto persone che hanno sopportato alcune delle cose più brutte che la vita possa gettarti addosso, ma l’unica qualità che ognuna di loro sembrava avere in comune con le altre era quella di mantenere la speranza in un mattino più luminoso, persino durante le nostre notti più buie. Quindi io voglio che tutte le ragazze che ora stanno guardando sappiano che c’è all’orizzonte un nuovo giorno! E quando questo nuovo giorno sarà finalmente sorto, sarà grazie a tante donne meravigliose, molte delle quali sono proprio qui, questa sera in questa stanza, e grazie ad alcuni uomini piuttosto fenomenali che stanno lottando duramente per essere certi che loro saranno i leader che ci condurranno fino al momento in cui nessuno dovrà dire di nuovo: “Me too”. Grazie!”

 

 

Quando i ritmi rallentano

 

    Ecco che arriva l’ultimo giorno di lavoro, ti si trascina a fatica fino a fine giornata e poi…yeah!! Sono iniziate le ferie! Per il tempo delle tue vacanze puoi dedicarti solo alla tua vita privata e dimenticarti delle corse quotidiane, della sveglia del lavarsi vestirsi far colazione pettinare tua figlia (che magari ha i capelli lunghi come la mia) lavare i denti mettersi le scarpe e catapultarsi fuori di casa, per arrivare a scuola in tempo, per poi andare al lavoro, a tua volta. Ho dimenticato forse qualche passaggio?                                 E poi accade: ti svegli nel tuo primo giorno di ferie. C’è qualcosa di diverso dai tempi in cui non avevi figli, ma oggi ci sono e bisogna viverli. E cosa fai in vacanza? Ti rilassi, vivi insieme a loro tutta la quotidianità e ad un certo punto ti accorgi che sei davanti ad uno specchio! O meglio ti vedi attraverso gli occhi di tua/o figlia/o. Non l’avevi messo in conto, vero? Ma questo è uno specchio magico che riflette il grande e profondo legame che vi unisce, da cui attingere, imparare, amare. Non sarà sempre lusinghiero però, perché ti mostrerà anche i tuoi errori, che con buona volontà e spirito di autocritica potrai superare, più o meno facilmente. E’ proprio quando i ritmi rallentano, infatti che si può vedere tutto con maggiore nitidezza, quasi si usasse una lente di ingrandimento per focalizzarsi sulle cose che vanno bene e su quelle che non vanno così bene. Le ferie non sono eterne, ma si può impostare eventualmente proprio in vacanza, uno stile differente di vita familiare da mantenere e rivedere nel tempo. Lo sai, in famiglia, si impara che nulla è per sempre, ma tutto muta col variare delle esigenze del nucleo familiare e dell’età dei tuoi figli.

C’è una pubblicità che sta andando in onda in questo periodo che mostra una famiglia in diversi momenti. La voce in sottofondo narra: ”Essere una famiglia è difficile da spiegare, bisognerebbe prima provare. Famiglia è impegno, coinvolgimento, è saper dire no, è darsi al 100%. Famiglia non è mai una passeggiata, metti in conto qualche accusa, lunghi silenzi e poi ti prego scusa. Ma quando scenderà la sera, fermando per un po’ questa pazza altalena, lo sentirai nel cuore ogni singolo istante vale la pena”. L’ho trovato molto bella e te la propongo. La famiglia di riferimento è quella tradizionale, sicuramente perché sono le più numerose, ma anche per il tipo di prodotto che pubblicizza (croissant), che ricorda la famiglia del mulino bianco. Probabilmente farà riferimento ad uno stereotipo diffuso: la colazione è dolce solo se si fa con mamma e papà. Il momento della colazione è comunque quello che riunisce i componenti della famiglia, prima che ciascuno sia preso dai propri impegni. E’ quindi la prima occasione di incontro familiare della giornata, da vivere al meglio.

La frase che mi ha fatto riflettere è questa: “famiglia non è mai una passeggiata”. E per una small family? Se hai letto l’introduzione del mio blog, sai già che il contenitore small families comprende famiglie monoparentali con storie e percorsi differenti, che possono derivare da separazioni, mancata assunzione di responsabilità, lutto. Le difficoltà di due genitori separati, sono diverse da quelle che incontra un genitore solo, che è l’unico punto di riferimento per i figli. Ma al di là di questa diversità – che ne comporta inevitabilmente anche altre – credo che il punto di contatto tra tutte le famiglie monoparentali sia la responsabilità di vivere da soli con un figlio, senza la possibilità di potersi appoggiare concretamente all’altro genitore, che è o completamente assente per vari motivi, o vive semplicemente in un’altra casa, dopo la separazione. E’ questo il punto focale, il nodo che ci differenzia inesorabilmente da una famiglia tradizionale. Non è né un bene né un male, è solo questione del peso che avverti sulle spalle, che altro non è che l’onere della responsabilità, che porti avanti da sola/o. A volte diventa un macigno quando i problemi aumentano di intensità, specie se non c’è l’altro genitore con cui confrontarsi. Ho notato, che dopo una separazione spesso i genitori hanno difficoltà a guardare oltre le proprie liti ed è facile pertanto per un genitore separato, di avere pochi confronti sugli aspetti fondamentali che riguardano la vira dei figli, come può essere la loro educazione.                                                                                                                              Da genitori single, forse saremo meno spensierati di un tempo, forse avremo meno tempo per divertirci, ma è anche vero che la  vita ci fa crescere e le situazioni cambiano, di continuo. Chi crede che la vita sia sempre uguale e ha paura dei cambiamenti, probabilmente non ha mai vissuto grossi scossoni.                                                               Quando la sera tutto si placa, e scende la calma, mi convinco che la strada che ho scelto è una passeggiata perché la percorro con lei, che è il vero amore della mia vita: mia figlia.

Tu cosa ne pensi?

 

Dell’amore e di altri demoni: il tradimento!

 

      “L’uomo per natura è poligamo, come lo sono la maggioranza degli animali. Anche le donne per natura sono probabilmente molto più poliandriche di quanto si pensi. Eppure la civiltà ha scelto la monogamia proprio per difendere quella famiglia del tutto artificiale che si oppone, per ragioni morali, e quindi non naturali, allo sperpero e al caos. Insomma un poco più di prudenza nell’uso della parola natura perché può rivoltarsi contro chi la usa.” Dacia Maraini

L’essere umano per sua natura quindi non è monogamo, ma è portato ad instaurare più storie amorose in contemporanea. Saperlo può servire ad avere una visione più realistica e ci prepara, forse, ad affrontare in modo diverso questo aspetto tanto insidioso, quanto comune (qualcuno/a potrebbe dire anche piacevole) delle relazioni di coppia. Se poi vivi in una small family, la probabilità che tu abbia qualcosa da raccontare sull’argomento, è molto alta. Rabbia? Pentimento? Quali sentimenti ti suscita la parola tradiménto?

Sull’argomento ci sono ricerche e sondaggi contrastanti. Te ne propongo un paio.

Secondo una ricerca realizzata su un campione di mille uomini e di mille donne, iscritti al sito Incontri-ExtraConiugali.com, c’è una grande correlazione tra l’età e l’inclinazione al tradimento. Le donne raddoppiano la loro propensione al tradimento quando compiono 40 anni, anzi il 68% delle donne ha tradito proprio nella fascia di età che va dai 40 ai 45 anni. Mentre gli uomini sono più propensi a tradire sul finire di un decennio di vita: a 29 anni e a 49 anni tradiscono il doppio rispetto alla media generale; a 39 anni tradiscono in media una volta e mezza. Quindi da questa ricerca emerge che sono i passaggi esistenziali ad indurre al tradimento. Oltre all’età anagrafica, l’altro parametro che influenza la propensione al tradimento è il numero di anni di matrimonio o di convivenza: è emerso che dopo il settimo anno 6 uomini su 10 e 5 donne su 10 tradiscono il partner, per poi decrescere gradualmente dal dodicesimo anno, sempre che la coppia non si sia separata prima.

Secondo Incontri-ExtraConiugali.com, inoltre il tradimento basato sul sesso, serve a tenere più vivo il matrimonio, aiutando a litigare di meno in cssa. Infatti il 56% degli intervistati rivela che tradimenti con amanti con cui non si è coinvolti emotivamente, rendono il sesso più soddisfacente e trasgressivo. Questo  poi permette di tornare a casa appagati, rilassati e pronti alla routine familiare. Al contrario, se il rapporto con l’amante è d’amore, se ne ricava turbamento e pertanto si perde lo scopo “benefico” della scappatella.                     Il 39% prova un forte sentimento per il proprio partner, ma dichiara di essere invaghito anche dell’amante. Infine il 5% dei partecipanti al sondaggio, ammette di essere profondamente innamorato del proprio amante, ma aggiunge che non lascerà il proprio partner per affetto e per i sensi di colpa. Chissà se tali risultati valgono anche per chi non è iscritto/a a quel sito (e che pertanto non ha partecipato al sondaggio). Gli italiani sono davvero il popolo piu fedifrago d’Europa, così come stabilisce sempre il sito  Incontri-ExtraConiugali.com?

L’altro studio che ti voglio presentare è quello condotto da  Zack Carter, esperto di relazioni e matrimoni, il cui lavoro è stato pubblicato su Psychology Today (rivista statunitense che ha lo scopo di rendere la letteratura psicologica più accessibile al grande pubblico).              Nel suo saggio ha esaminato la comunicazione verbale e non verbale tra i due sessi. Nella nostra società è stato sdoganato l’uso dei messaggi, delle chat: una comunicazione facile, veloce, immediata. Si messaggia col proprio capo, con gli amici, con i colleghi. Quotidianamente uomini sposati e donne sposate si relazionano con persone dell’altro sesso tramite social network, chat private. Queste conversazioni facilmente possono trasformarsi da innocenti scambi a qualcosa di più profondo, fino ad arrivare a una vera e propria relazione extraconiugale. Dietro ad uno schermo, si  è infatti più portati a fare confidenze di tipo emotivo, a scrivere di fantasie sessuali e si finisce così per essere molto più aperti con l’estraneo/a che non con il propro partner. Questo crea  un falso senso di sicurezza: schermati, ci si sente protetti e si è portati a credere che il mondo virtuale non sia reale e ci si concede un’evasione. E proprio per evitare la fine di un matrimonio, che Carter suggerisce di imparare a comunicare col proprio partner, liberamente, esprimendo desideri e bisogni.

Nel mondo small family  probabilmente queste esperienze sono già state vissute in prima persona. Ti hanno cambiato? In che modo?

Non sono una super mamma

 

     Ti racconto un aneddoto. L’altro pomeriggio io ed Eleonora siamo andate alla festa di compleanno, di un suo amichetto di scuola. Hai in mente quando tutti i bambini sono perfetti e tua figlia è l’unica che disturba? Eleonora correva dietro al festeggiato, gli tirava la t-shirt, lo abbracciava, ma Francesco era infastidito da questo suo modo di fare. Molti genitori erano divertiti, qualcuno li ha pure ripresi col cellulare.                                    I genitori di Francesco sono stati molto carini, hanno cercato di alleggerire il mio disagio, dicendo a loro figlio che da grande rimpiangerà quel momento, quando sarà lui a correre dietro a mia figlia, in senso figurato, facendole il filo. Di fatto l’ho rimproverata, ma lei ha reiterato più volte il suo comportamento, non appena mi distraevo, a chiacchierare con altre mamme.

Non ti dico l’imbarazzo. Una mamma, nell’evidente volontà di entrare in empatia con me, mi ha raccontato che sua figlia da piccola aveva uno spasimante che però non era  così “azzeccoso e zecca” come mia figlia!! E’ proprio vero che il problema non sono tanto i bambini, che comunque litigano tra di loro e poi si riappacificano, ma sono gli altri genitori.

Io ero piuttosto innervosita dal comportamento di mia figlia, anche se so che arrabbiarsi non serve a nulla, si rischia di alzare i toni, da entrambe le parti. Proprio come succede in qualche lite tra adulti, infatti ti insegnano che quando l’altro alza la voce, tu dovresti abbassarla. Ad un certo punto, mi sono seduta e lei mi ha seguita e in effetti si è calmata.  Prima avevo commesso l’errore di dirle:” se non la smetti, andiamo via”, cosa che poi non avevo realmente intenzione di fare. Ho sbagliato, lo ammetto perché so che la punizione deve essere piccola, realizzabile e soprattutto va messa in atto, per essere credibile io, come genitore. Anzi la mia cuginetta psicologa, dopo che le ho raccontato questo episodio, mi ha suggerito pure di iniziare a responsabilizzare Ele,  dicendole che se fa una cosa succede questo, se ne fa un’altra succede quest’altro e porre lei di fronte alla scelta. Dopo dovrà assumersi la responsabilità della sua decisione e accettarne quindi la conseguenza.

Quel che è certo è che ho già potuto appurare che le punizioni servono a far passare un concetto. Ad esempio, l’altra domenica faceva un caldo esagerato, c’era un cielo meravigliosamente terso, un’aria calda che invitava a tuffarsi in piscina e a rimanerci tutto il giorno e io ed Eleonora invece, siamo rimaste a casa. Eravamo già in auto, quando lei ne ha fatta una troppo grossa e in quel momento mi è venuto: “torniamo a casa”. Ma così ho punito anche me, visto che abbiamo passato buona parte del giorno, al fresco del nostro condizionatore. Devo ricordarmi che la prossima punizione, deve essere più piccola, credibile, tipo non mangi il gelato per tot numero di giorni, che devo negoziare di più e soprattutto che la punizione ha senso se l’aiuta a crescere, se vale come esperienza per il futuro (quindi comprende la regola) e la responsabilizza.

E tu, che punizioni adotti?

Le domande scomode di tua figlia

 

Ti do la definizione di “domanda scomoda”. E’ un quesito che sai che prima o poi tua figlia ti farà, te l’aspetti, ma hai formulato la risposta, almeno per grandi linee? Ovviamente non sai esattamente che domanda ti porrà, ma conosci bene l’argomento, su cui prima o poi sarete destinate a confrontarvi. Ti stai preparando? Io ci penso da tempo, so qual è il messaggio che voglio darle, ma ho paura di sbagliare, di agitarmi e magari dire qualcosa che non voglio. E’ anche vero che anche una frase sbagliata, non è la fine del mondo. Si può comunque correggerla, spiegando il significato ultimo, che si vuole dare al concetto espresso. Sai qual è? Che così come “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di…” (art. 3 Costituzione) anche tutte le famiglie hanno pari dignità sociale al di là della forma e della composizione. Certo un tempo la cultura sociale non vedeva di buon occhio le mamme single o le famiglie diverse da quella tradizionale, ora il mondo è cambiato e anche se non tutti sono tolleranti, l’importante è accettarsi e andare avanti a testa alta. Siamo donne coraggiose ed in gamba. Chi può negarlo!

Ma torniamo alla domanda di questa mattina. Mentre facevamo colazione, Eleonora mi ha chiesto: “mamma perché noi siamo in due in casa?” Mia figlia ha 4 anni, per cui ho risposto facendo degli esempi, per spiegarle perché siamo in due, che poi mi sembra anche un bel numero! La vera domanda non è arrivata, ma ci stiamo avvicinando. So che occorre essere sincere, che non si deve aggiungere altro a ciò che lei ti chiede, nel senso che ogni età ha le sue domande e ogni età ha le sue risposte. E che soprattutto ai suoi occhi, non va distrutta la figura paterna. Sembra di essere quasi un’equilibrista che cammina su una corda senza protezioni, bendata e con in testa un uovo, da far arrivare incolume dall’altra parte del precipizio. Però so una cosa, che se avrò bisogno o avremo bisogno di un supporto, lo cercheremo, perché il nostro intento è quello di stare bene e di vivere con tanta serenità la nostra small family.